Essere umani nell’era delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale significa esplorare con attenzione quei punti di intersezione della complessità in cui idee valide si trovano tuttavia in tensione tra loro, mettendo in luce sfumature e sfide che non devono essere trascurate. Ogni pagina mette in luce le tensioni esistenti tra le idee e all’interno di ciascun tema, emerse durante le discussioni collettive, e integrate poi dalle riflessioni dei ricercatori della rete NHNAI.
Complexity on Health n. 7: L’uso dell’intelligenza artificiale per prevenire l’isolamento sociale preservando al contempo le interazioni umane

I partecipanti alle discussioni della NHNAI riconoscono che alcuni strumenti di IA (come i robot di compagnia, i chatbot…) possono alleviare e prevenire l’isolamento sociale, poiché sono in grado di interagire con le persone imitando l’interazione umana. Questi strumenti possono offrire un senso di contatto e affetto alle persone che si sentono sole. Inoltre, i compagni artificiali possono essere davvero utili per gli operatori sanitari che non hanno il tempo di parlare con ogni paziente, o in contesti in cui il personale sanitario è insufficiente. Infine, i robot vengono utilizzati come mediatori per aiutare a comunicare meglio con gli altri, come nel caso dei bambini autistici.
Tuttavia, i partecipanti sottolineano l’importanza di preservare le interazioni umane, che sembrano essere al centro dell’assistenza sanitaria. I partecipanti sottolineano che il contatto umano non può essere sostituito da nessuno strumento di IA. Inoltre, i partecipanti sottolineano il rischio di sviluppare un’eccessiva dipendenza da tali strumenti, che può portare a innescare o aumentare l’isolamento sociale.
Approfondimenti dalla rete accademica NHNAI:
Federico Giorgi (ricercatore post-dottorato in filosofia, Université de Namur, ESPHIN) e Nathanaël Laurent (docente associato di filosofia della biologia, Université de Namur, ESPHIN, Belgio)
La questione analizzata in questo complesso contesto è oggi assolutamente centrale, poiché nella società contemporanea è in qualche modo più difficile che in passato instaurare relazioni durature. Molte persone, specialmente i più giovani, provano un senso di disorientamento di fronte a questi cambiamenti che stanno ridefinendo il modo in cui socializziamo.
Tra le due idee opposte prese in considerazione dai partecipanti al dibattito – da un lato, che l’IA potrebbe aiutare a superare i sentimenti di isolamento e, dall’altro, che tali sentimenti rischiano di essere intensificati dall’uso eccessivo delle nuove tecnologie – gli studi psicologici condotti finora tendono a sostenere la seconda: l’idea che sia impossibile ottenere gli stessi benefici emotivi da un’interazione con una macchina rispetto a una relazione umana (Pacilli, Giovannelli & Spaccatini, 2021). [1]
Ciò non significa, tuttavia, che non esistano casi specifici in cui possa valere la pena affidarsi alle macchine piuttosto che ad altri esseri umani – ad esempio, nel caso di persone non vedenti o non udenti, che potrebbero diventare più indipendenti grazie all’uso di dispositivi tecnologici altamente avanzati e sentirsi così più libere.
Tuttavia, anche nel caso delle persone con disabilità, il prezioso contributo fornito dalle macchine non sostituisce una relazione umana, ma piuttosto una forma di assistenza pratica che altrimenti richiederebbe alla persona di dipendere dagli altri. Nei momenti in cui una persona cieca o sorda desidera confidarsi con qualcuno, è naturale che si rivolga a una persona cara piuttosto che a un computer.
[1] M. Pacilli, I. Giovannelli & F. Spaccatini, Psicologia sociale dei media digitali, Maggioli, 2021.

